Casilino 23_Rechargeable
ARCHITETTURA IN UN LIBRO DI MARCELLO PAZZAGLINI L’ANSIA DI CAMBIAMENTO DEI PROGETTISTI NEL DECENNIO DEL BOOM
Quei bizzarri quartieri degli anni ’ 60
Dal Casilino alla Serpentara, case dalle forme gratuite non a misura d’ uomo forse l’ abbaglio è stato quello di tentare di estendere criteri estetici utilizzati per teatri e monumenti al tema dell’ edilizia pubblica

Viste dall’ aereo le case dell’ Iacp al Casilino sembrano formare un’ allegra, disordinata raggiera, come bastoncini dello shangai gettati casualmente al suolo. Da terra, invece, appaiono come casermoni che convergono verso il nulla, governati da direzioni astratte. I progettisti ne spiegarono le ragioni con argomenti bizzarri: l’ analogia con la forma del Colosseo, l’ affinità con i tessuti urbani antichi. Spiegazioni che oggi, percorrendo questi spazi che sembrano vivere in una dimensione irreale, fanno sorridere. In realtà, per comprenderne il senso, occorre collocare il Casilino (e molti quartieri Iacp contemporanei) all’ interno della crisi profonda che percorre l’ architettura degli anni ’ 60. Un decennio in cui tutto sembra precipitare, che si apre con le Olimpiadi di Roma e si chiude con la strage di piazza Fontana. E in mezzo i primi simboli della società dei consumi (gli elettrodomestici, le utilitarie), la corsa allo spazio, la rapina del territorio, la ribellione studentesca, il Vietnam. È il periodo in cui appaiono, con drammatica evidenza, le prime crepe dell’ ideologia del moderno mentre gli strumenti dell’ architetto, i suoi linguaggi, il suo stesso ruolo, mostrano tutta la propria inadeguatezza di fronte ad un mondo in vorticosa trasformazione. Scompaiono, intanto, i maestri: Le Corbusier, Gropius, Mies van der Rohe. Un libro di Marcello Pazzaglini («Architettura italiana degli anni ’ 60 e seconda avanguardia», Mancosu editore) presentato nei giorni scorsi alla Casa dell’ Architettura, fornisce l’ occasione per riflettere su questo intricato, e poco indagato nodo di questioni. Dalle architetture disegnate come ordigni meccanici di Sacripanti alle labirintiche strutture del gruppo Grau, viene descritta l’ ansia di cambiamento che si manifestava, in quegli anni, attraverso intuizioni improvvise e spesso utopiche che sembravano tradurre la ricerca dell’ arte informale in tormentate geometrie e inquieti spazi architettonici. Una lacerante rottura tra forma e contenuto che non fu certo solo italiana e che, consolidatasi nel tempo, ha prodotto opere di grande successo come il museo Guggenheim costruito da Gehry a Bilbao, edificio-scultura estremo dove la pelle è indipendente dallo spazio interno. Forse l’ abbaglio di quegli anni è stato tentare di estendere criteri estetici impiegati per teatri, padiglioni, monumenti al tema dell’ edilizia pubblica. Pazzaglini, va detto, non è uno storico ma un architetto militante che ha partecipato in modo appassionato alle vicende di quegli anni. È giusto, dunque, che veda il mondo dal proprio punto di vista. E, tuttavia, alcuni esempi indicati quale positiva ricaduta di quel clima culturale, (la raggiera del Casilino, le «vele» di Secondigliano) ci fanno domandare se non sia arrivato il momento di guardare a molti interventi d’ edilizia pubblica con occhi nuovi, se la loro fortuna critica non rispecchi un equivoco di fondo che rischia di creare nuove catastrofi. Perché le stesse ragioni che hanno prodotto il disegno del Casilino hanno generato, anche nei decenni successivi, una danza sfrenata di linee spezzate, sinusoidali, circolari come a Vigne Nuove, Spinaceto, Tor dè Cenci, Serpentara, Tiburtino Sud. Figure astratte, d’ inverificabile coerenza, calate sul territorio come meteore che mostrano, a viverci dentro, tutti i limiti degli intensivi più banali. E che fanno rimpiangere la familiarità corale dell’ edilizia popolare degli anni ’ 50, come le case Ina al Tuscolano. Questi fallimenti andrebbero riconosciuti senza il pregiudizio delle firme illustri che li nobilitano. E dovrebbero far riflettere su quale significato profondo possieda il modo in cui gli abitanti immaginano la forma del loro spazio domestico, sull’ arroganza con cui sono stati costretti a vivere entro forme gratuite, che sembrano annunciare novità inesistenti, dove ogni individuo è straniero. In nome di un’ originalità di facciata che andrebbe, invece, cercata pazientemente nell’ origine delle cose: partendo di nuovo, come agli albori dell’ architettura moderna, dai problemi concreti dell’ abitare, mettendo l’ uomo e i suoi bisogni al centro del progetto.
Strappa Giuseppe
(5 marzo 2007) - Corriere della Sera
“Casomai viene qualcuno”…..
Nel terzo progetto proposto da Quaroni per il Casilino la vera vita del quartiere doveva essere nella strada, luogo della comunità, e per questa ragione attrezzata con campi sportivi, piccoli teatri all’aperto e negozi.
In una intervista con Gaia Remiddi, Quaroni afferma che le proporzioni e l’attacco a terra costituiscono l’incontro fra “l’edificio come elemento della città, e la scala umana”.
Ma cosa succede realmente al livello zero?




“Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza”.
Italo Calvino, “Le città invisibili”
Il quartiere e i suoi abitanti
(….) Quaroni sosteneva che la ripetizione serve solo al costruttore per ridurre i costi, mentre la gente vuole una casa che sia diversa, riconoscibile. Vuol abitare in un quartiere diverso dagli altri, da amare e da esserne orgogliosi, come lo è per Trastevere,i Parioli o San Frediano a Firenze. Sotto questo aspetto possiamo dire che il Casilino 23 si può ritenere un successo: la gente che ci abita, ci si riconosce. Non sempre capita anche quando gli architetti sono bravi.
(…) Ritengo comunque che la città sia un organismo vivo difficile da ingabbiare in un disegno definito una volta per tutte. Le variazioni apportate derivano da scelte economiche forse inevitabili. Ad esempio il centro commerciale, posto nel fulcro del “Ventaglio” è stato orientato con il fronte verso il quartiere esterno, molto più popoloso. Così l’attività commerciale interna al quartiere non ha retto la concorrenza. Si poteva evitare forse, che il quartiere perdesse quella vivacità determinata dalla presenza di attività commerciali integrate alla struttura residenziale. Per il resto il quartiere si presenta bene. È tenuto pulito, la gente si comporta in modo educato, curano i giardini e gli spazi comuni. Io dopo aver traversato una periferia romana fortemente degradata, ne sono rimasto piacevolmente sorpreso e ammirato. Ma questo è merito dei suoi abitanti che si sono organizzati in difesa del proprio quartiere e di conseguenza della propria città. A questi vanno i miei complimenti insieme agli auguri di successo per gli impegni futuri.
(Relazione di Roberto Maestro. Conferenza “Casilino Ventitre. Il piano raccontato da uno degli autori” Roma 18.01.2010)
La relazione di Roberto Maestro sintetizza perfettamente la situazione riscontrata e le impressioni avute durante la nostra prima passeggiata nel quartiere.
I giardini

Il parco di Villa de Sanctis

Le organizzazioni

Tantum Ergo, dal film I nuovi mostri. 1977